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L'ignavo – che visser sanza 'nfamia e sanza lodo

Prendo spunto da uno dei miei canti preferiti dalla Divina Commedia.

<< E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa >>

L’ignavo è una delle figure che ho amato di più fin dalle prime letture scolastiche della Divina Commedia. Questo tipo di persona non ha un’idea propria, non agisce. Osserva. Aspettando di indirizzare i suoi interessi verso una o l’altra sponda, l’ignavo si limita a non schierarsi. Dante li inserisci quindi nell’Antinferno, poichè essi non meritano nè le gioie del Paradiso nè le pene dell’Inferno. In base alla mitologia dantesca, gli ignavi “sono costretti a girare nudi per l’eternità attorno a una insegna – non descritta, forse di una vana bandiera – punti da vespe e mosconi. Il loro sangue, unito alle loro lacrime, si mescola al fango dell’Inferno, come se questi dannati fossero dei cadaveri, morti viventi sepolti vivi, col corpo straziato dai vermi.” [Wikipedia]

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In base alle osservazioni dello stesso Dante, questo tipo di persona in realtà non ha mai vissuto. Non prendendo le redini della propria vita, non osando avere un’idea, non riuscendo a supportare pubblicamente una propria convinzione, un pensiero o semplicemente un’opinione razionale e personale, l’ignavo può essere descritto come uno degli esseri più abominevoli del genere umano. La figura dell’ignavo ha mi sempre suscitato interesse poichè sono l’esatto opposto di tutto questo, molto spesso sbagliando perfino dalla parte opposta. La cocciutaggine si sa, è una prerogativa infantile e, sebbene spesso aiuti a portare avanti delle idee che si rivelano in finale degne di essere sostenute, a volte si incappa in una presa di posizione troppo azzardata. La vita d’altronde, vale la pena di essere vissuta, è così che si dice, no? L’ignavo questo non lo fa. L’ignavo si espone solo eprimendo luoghi comuni, invitando al buon vivere, pregando i gentili argomentatori a fare pace con scatola di cioccolatini e cinema dopo un’abbondante cena di lusso.

L’ignavo ha paura a restar solo. Un po’ come tutti, è una condizione umana. Io stessa ne sono terrorizzata. Ma se questo è un discorso affrontabile a un livello più intimo e profondo, la paura dell’ignavo è in qualche modo differente. L’ignavo ha bisogno di una serie di persone che, in ogni circostanza, sia di supporto incondizionato. E’ strano parlare di Re o Regine ignavi, tuttavia se dirai sempre quello che la gente vuole sentirsi dire, non potrai mai avere nessuno contro. In linea di massima l’ignavo è una persona ipocrita, che scruta da lontano i propri interessi e si insinua dolcemente nella conversazione esternando ovvietà, buonismo e talvolta premettendo che ogni suo pensiero può essere sbagliato o limitato dal troppo sentimento che ci mette nelle cose che fa e nelle idee che supporta. L’ignavo può talvolta essere identificato come, passatemi il termine, leccaculo. E’ una visione piuttosto buffa ma azzeccata. Il leccaculo sviolina in privato ed è multitasking. Riesce a leccare in molte direzioni, affinchè al momento giusto qualsiasi lode risulti vincente. L’ignavo si spiana non una, ma diverse strade. L’ignavo è un calcolatore. L’ignavo è un cane da tartufi. Per salvare gli argini dei sui errori, l’ignavo si affida al concetto di “errare è umano”. Indi, ogni presa di posizione rivelatasi troppo marcata, viene subito smentita da un mea culpa incisivo e tendente al patetico.

L’ignavo spesso è geloso. Come lo stesso Dante afferma:

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

In verità quindi l’ignavo vorrebbe avere delle convizioni da portare avanti a testa alta, ma è così terrorizzato dal cadere nel torto e quindi di perdere il popolo al seguito, che preferisce puntare al buonismo. Le poche volte che incapperà in qualcosa in cui davvero crede e che poi si rivelerà sbagliato, sopraggiungerà la perdizione. L’ignavo, senza appigli, cade in depressione. La conseguenza più comune è ammettere che in fin dei conti la cosa non gli interessa più un granchè. Spianando quindi nuovamente la strada verso altri moli, o meglio culi, l’ignavo prenderà distanza dal problema e farà finta che tutto questo non sia mai successo. Andando a stuzzicarlo, ti dirà che in verità non ha cambiato idea, ma la vita è troppo breve per correre dietro ai fantasmi del passato, anche se precedentemente ci aveva messo anima e corpo. Quando si brucia, l’ignavo è perduto. La gelosia consiste nel lusingare il carismatico o semplicemente il folle/cocciuto e aspettarsi che in un qualche modo l’altra persona si lasci ammorbidire e faccia lo stesso. L’ignavo è invidioso della pazzia derivata da una presa di posizione decisa. Meglio osservare, decifrare, aspettare. L’errore non è consentito.

L’ignavo ha tutto da perdere. Tuttavia, quando si accorge che quel “tutto” in realtà è vanità, poichè fondata su forma e non contenuto, il desiderio, e quindi l’invidia di averci almeno provato, porta l’ignavo a sfogarsi coi sudditi ammettendo la confusione mentale e la stanchezza generata dall’irreale impegno di arrivare alla verità per mezzo di meccanismi basati sulla falsa apertura mentale e sulla destrezza oratoria. In altre parole, fuffa.

Tastando un po’ qui, un po’ lì, l’ignavo non affonderà mai. Sempre alla ricerca di nuovi culi da massaggiare con pregiati oli e balsami orientali, l’ignavo sopravviverà in eterno. La sua umanità si logora, ma verrà presto medicata dalle grandi opere che cercherà di mettere in piedi. Opere a favore del meno fortunato, del lebbroso, dello storpio, del cieco. Questo lo farà sentire meglio, in pace con sè stesso. Come se, alla fine del cammino della nostra vita, dovessimo portare a Dio un curriculum degno del Paradiso. Tuttavia però, almeno a quanto dice il sommo poeta, Dio non ama questo genere di persone. Resterà solo un pezzo di carta, una lingua stanca, e la vana gloria passata.

Osservate anche voi, come fanno gli ignavi. Guardatevi attorno. Ce ne sono molti vicino a noi. Li riconoscerete poichè cambiano faccia, idee e comportamento a seconda dell’interlocutore. Se ne trovate qualcuno, fategli leggere Dante. Oppure, semplicemente:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

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28 comments to L'ignavo – che visser sanza 'nfamia e sanza lodo

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